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La deportazione dei Tartari di Crimea: fatti, domande, risposte. Seconda parte.

Prima parte dell’articolo.

L’articolo completo (in Russo) è stato pubblicato su BBC Russkaia Sluzhba: il link

Quali sono state le conseguenze della deportazione per i tartari? 

Nei tre anni successivi allo spostamento forzato, tra il 20% e il 46% dei deportati sono deceduti in seguito a malnutrizione, esaurimento psicofisico e malattie di diversa natura.

Tra i tartari deceduti nel primo anno, quasi la metà era costituita da bambini fino ai 16 anni.

A causa della mancanza di acqua pulita, della scarsa igiene e della mancanza di cure mediche, tra i deportati si sono diffuse malattie quali la malaria, la febbre gialla, la dissenteria e diverse altre altamente contagiose.

Quale era lo stato dei tartari in Uzbekistan?

La maggioranza dei tartari crimeani sono stati ricollocati nei cosiddetti “insediamenti speciali” i quali, circondati da guardie armate, da posti di blocco e da filo spinato, erano più assimilabili a campi di lavoro che a villaggi.

I nuovi arrivati ​​constituivano essenzialmente manodopera a basso costo e venivano utilizzati per lavorare sia nelle fattorie collettive che in quelle dello stato; inoltre venivano impiegati come forza lavoro negli impianti industriali. Tra i lavori particolarmente pesanti afiidati ai tartari, si ricorda la costruzione di una centrale idroelettrica chiamata Farkhadskaia.

Nel 1948 Mosca ha riconosciuto i tartari di Crimea come permanentemente ricollocati. Coloro che oltrepassavano senza il permesso del NKVD i confini del proprio insediamento speciale (ad esempio per visitare i parenti), correvano il rischio di essere puniti con 20 anni di reclusione. In questo frangente non sono mancati casi.

Già prima della deportazione, la propaganda aveva già iniziato a fomentare l’odio tra i residenti locali verso i tartari, qualificandoli come traditori e nemici del popolo.

Secondo lo storico Greta Lynn Uehling, agli uzbeki veniva detto che da loro sarebbero venuti dei “ciclopi” e dei “cannibali” e gli veniva consigliato di tenersi a debita distanza degli “alieni”.

In seguito gli uzbeki sono rimasti stupiti, dopo aver scoperto che i tartari di Crimea professavano la loro stessa religione.

I figli dei deportati avrebbero potuto ottenere l’istruzione in lingua russa e uzbeka, ma non in quella dei tartari crimeani.

Verso il 1957 è stato proibito di pubblicare in lingua dei tartari crimea ed è stata disposta la rimozione della voce sui tartari nella Grande Enciclopedia Sovietica.

Inoltre, è stato proibito di dichiarare questa particolare nazionalità sui passaporti.

Cosa è cambiato in Crimea senza i tartari?

Nel giugno 1945, dopo l’avvenuta deportazione dalla penisola di tartari, greci, bulgari e tedeschi, la Crimea ha cessato di essere una repubblica autonoma diventando una regione della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.

Le regioni meridionali della Crimea, precedentemente abitate per lo più dai tartari crimeani, sono diventate disabitate.

Per avere un quadro di questa desolazione, secondo i dati ufficiali nella regione di Alushta erano rimasti circa 2600 abitanti, mentre in quella di Balaklava intorno ai 2200. Successivamente, in queste regioni sono iniziati trasferimenti di persone dall’Ucraina e della Russia.

Le autorità sovietiche hanno distrutto i monumenti tartari, hanno bruciato manoscritti e libri, compresi anche volumi di Lenin e Marx tradotti in lingua dei tartari crimeani.

Nelle moschee venivano aperte attività commerciali come cinema e negozi.

Quando è stato consentito ai tartari di ritornare in Crimea?

Il regime degli insediamenti speciali per i tartari di Crimea è rimasto in vigore fino all’avvio del processo di destalinizzazione all’epocha di Nikita Krusciov – cioè fino alla seconda metà degli anni 50 del secolo scorso.

Allora il governo sovietico ha ammorbidito le loro condizioni di vita senza tuttavia rimuovere le accuse di alto tradimento.

Negli anni tra il 1950 e il 1960 i tartari hanno combattuto per il loro diritto di ritornare nella loro patria storica, utilizzando come il mezzo anche manifestazioni nelle città uzbeke.

Nel 1968, come pretesto di una manifestazione è stato utilizzato l’anniversario di Lenin. Le autorità hanno poi disperso i manifestanti.

A poco a poco, i tartari della Crimea sono riusciti a recuperare i propri diritti. Restava tuttavia, a loro un  divieto, anche se informale e rigoroso, di ritornare in Crimea; tale divieto è rimasto in vigore sino al 1989.

Nel corso dei quattro anni successivi, nella Penisola è tornata la metà dei tartari crimeani, che a quel tempo vivevano nell’Unione Sovietica: circa 250.000 persone.

La deportazione è stato un genocidio?

Alcuni ricercatori e dissidenti ritengono che la deportazione dei tartari di Crimea corrisponda alla definizione di genocidio adottata dalle Nazioni Unite.

Loro sostengono che il governo sovietico intendeva a sterminare i tartari di Crimea in quanto gruppo etnico e avrebbe sistematicamente perseguitato tale obiettivo.

Nel 2006, il Kurultai (Congresso) dei tartari di Crimea ha lanciato un appello alla Verkhovna Rada (Parlamento ucraino) chiedendo di riconoscere la deportazione come una forma di genocidio.

Nonostante questo, la maggior parte delle opere storiche e dei documenti diplomatici continuino a indicare lo spostamento forzato dei tartari crimeani come una deportazione e non come un genocidio.

Nell’Unione Sovietica, a tal fine, è stato utilizzato il termine “rilocazione”.